giovedì 30 luglio 2009

«Caritas in veritate», il sindaco di Torino Sergio Chiamparino: Un nuovo patto di cittadinanza (Osservatore Romano)


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«Caritas in veritate»

Un nuovo patto di cittadinanza

di Sergio Chiamparino
Sindaco di Torino

Nella Caritas in veritate si avverte la densità di pensiero e di parola che guarda alle persone e non solo alle cose, ai valori e non solo alle tecniche. Si coglie cioè quell'ambivalenza fondamentale dei processi economici che i grandi classici dei secoli XVIii e xix avevano trattato. Tale per cui, alla fine, è l'azione individuale e collettiva dell'uomo a decidere sull'esito sociale del processo economico.
La crisi non è solo distruzione ma anche opportunità. Non solo, però, per creare nuova ricchezza attraverso un riposizionamento tecnico, organizzativo e territoriale di grandezze economiche, ma soprattutto per ridefinire il rapporto fra le persone e l'economia, come sul "Corriere della Sera" dell'8 luglio sostiene Ettore Gotti Tedeschi.
Da questo punto di vista occorre sottolineare che il lavoro è più che mai la base della produzione di ricchezza. Durante l'intero Novecento è sembrato che si fosse invertito il rapporto fra macchina e lavoro, quest'ultimo divenuto sempre più funzione della prima.
Il passaggio, non solo nelle società economicamente più avanzate, alla cosiddetta economia della conoscenza ha svelato le apparenze e messo in risalto la falsificazione che quell'immagine conteneva.
Nulla è più intimamente connesso alla natura dell'uomo del pensare e del conoscere. E, d'altra parte, è questa oggi la risorsa centrale per provare a immaginare una nuova fase di sviluppo sostenibile, muovendo dai punti alti dello sviluppo, là dove le contraddizioni e le potenzialità fondamentali dell'umanità si vedono più nitidamente. Se l'uomo ridiventa centrale nella materialità del processo produttivo bisogna che questi assuma l'irriducibilità della persona alle cose come componente intima del proprio essere e divenire: nel riconoscere, rispettare e governare i bisogni della persona, sia nelle loro manifestazioni più sofisticate sia in quelle più elementari ed essenziali. Ciò chiama in causa tutti i protagonisti dello sviluppo, le politiche pubbliche ma anche un nuovo modo di essere e concepire l'impresa e nuovi sistemi di relazioni fra le imprese e le rappresentanze sociali.
È vero che "la sfera economica non è mai eticamente neutrale né di sua natura disumana e antisociale". Ma a condizione che sia sottoposta dall'esterno e dall'interno a forti tensioni etiche. In caso contrario, tende a essere strumento amorale che soddisfa nel modo più conveniente possibile solo i bisogni rappresentati sul piano economico e che finiscono inesorabilmente per essere gli interessi dei più forti. In altre parole, se le domande all'economia non sono dense di valori umani, essa tende a non considerarli. In effetti, tutta la storia della modernità economica può essere rappresentata come tensione continua fra l'agire tecnico dei processi economici e la loro riconducibilità a finalità umane e sociali attraverso interventi esterni, come le politiche pubbliche, e interni, come le istanze e le lotte sindacali, e i cambiamenti negli assetti dell'impresa.
Ancora Gotti Tedeschi su "L'Osservatore Romano" del 17 luglio sostiene che "l'etica in economia produce risultati migliori". Insomma, conviene. Mi permetto di aggiungere: a condizione che si creino contesti economici tali da esaltare la convenienza dei comportamenti etici e il valore del dono.
La crisi e la globalizzazione offrono l'opportunità per ridefinire i bisogni e i beni tesi a soddisfarli, nelle singole aree del pianeta e fra di esse. Nei Paesi più sviluppati ciò che è voluttuario tende a diventare essenziale, mentre nuovi bisogni restano insoddisfatti o solo in parte soddisfatti. Viceversa, nelle aree più povere è l'essenziale a non trovare risposta. Al tempo stesso, sono considerati pubblici, tali cioè da richiedere un contributo pubblico per essere accessibili, beni che nelle aree più sviluppate lo erano un secolo fa, come le forniture energetiche, mentre non lo sono altri beni, come le politiche per gli anziani o per i bambini, che dovrebbero invece esserlo. Questo oggi non avviene al prezzo che il mercato stabilisce senza intervento pubblico, insufficiente però a soddisfare l'intera platea dei bisogni. Al contrario, nei Paesi più poveri non riesce a essere un bene pubblico l'acqua, che è alla base della sopravvivenza di quelle società.
Perché il dono trovi spazio nella normale attività economica occorre un contesto che lo valorizzi, creando le condizioni perché esso possa trovare collocazione utile nella sfera economica. Se in Paesi dove l'agricoltura rappresenta la principale fonte di ricchezza non vi è disponibilità per tutti della risorsa idrica, le politiche di aiuto, per quanto ricche, rischiano e spesso finiscono per accentuare e non ridurre povertà ed emarginazione. Perché accanto alle imprese profit possano partecipare alla sfera economica imprese con finalità mutualistiche occorre che entrino a far parte della sfera economica beni volti a soddisfare bisogni propri della sfera sociale, come per esempio la cura degli anziani. E ciò è possibile solo se essi diventano compiutamente pubblici, cioè sostenuti da tutti per poter essere accessibili nel modo migliore.
Occorre, in altre parole, un nuovo patto di cittadinanza sostenuto da un nuovo patto fiscale. Oggi si è frantumato il rapporto virtuoso fra libertà, sicurezza della persona e giustizia sociale che aveva retto il corso della seconda metà del Novecento. La paura che domina il presente nasce da qui. Un nuovo compromesso fra individuo e società può originarsi solo se si avvicina la responsabilità del governante a quella del governato. Qui si apre un campo di pensiero e di azione in cui trova piena cittadinanza il principio di sussidiarietà, inserito in quella che chiamerei la sfida dell'orizzontalità. L'idea cioè che il governo non può più essere dato, a scala globale e locale, dalla sovraordinazione gerarchica delle istituzioni, ma solo dalla loro capacità di misurarsi alla pari, trovando di volta in volta le soluzioni più adatte ai problemi che si fronteggiano.
Una lunga fase di sviluppo ha posizionato e cristallizzato beni, risorse e potere in dati ambiti sociali ed economici. Troppe persone sono escluse parzialmente o totalmente da questi assetti. La sfida della crisi ci obbliga a una potente opera di ricollocazione di risorse e di potere. Le parole dell'enciclica mi sembrano un riferimento e una guida importante per tutti coloro, credenti e non, disponibili a impegnarsi per una nuova civilizzazione dell'economia e della società.

(©L'Osservatore Romano - 31 luglio 2009)

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